Dopo il comunicato congiunto di Cap e Comuni (anche della Martesana) a seguito della rilevazione di una forte contaminazione di Tfa (acido trifluoroacetico) nelle acque delle falde sotterrane, anche Legambiente ha preso posizione chiedendo che, oltre alla messa in sicurezza degli acquedotti, si provveda anche a risalire alle aziende che hanno contaminato le acque affinché paghino per l’inquinamento prodotto.
La puntualizzazione di Legambiente
Non si tratta di un problema esclusivo dell’area lombarda: in molti Paesi europei il Tfa è stato trovato frequentemente in concentrazioni preoccupanti sia in acquedotto, sia in acque in bottiglia. Nel caso delle alte concentrazioni nelle acque che servono parte degli acquedotti di Pessano con Bornago, Gorgonzola, Cassina De’ Pecchi, Melzo, Vignate, Liscate, Bussero, Vizzolo Predabissi e San Zenone al Lambro le fonti sembrano essere plurime, e sebbene una fonte sia già accertata nelle lavorazioni di una industria farmaceutica, non è ancora chiaro quanto pesino anche altre fonti, sia puntiformi sia diffuse, collegate alla produzione di farmaci e fluidi refrigeranti, nonché all’utilizzo di pesticidi fluorurati in agricoltura.
Esprimiamo fiducia nell’operato di Cap, gestore della rete acquedottistica locale, messa in sicurezza con grande tempestività, e in ARPA Lombardia, che sta operando con grande perizia per risalire all’origine, e dunque all’interruzione, delle emissioni inquinanti – afferma Lorenzo Baio, vicepresidente di Legambiente Lombardia. – Tuttavia, non possiamo fare a meno di evidenziare come il sistema produttivo lombardo esprima ancora inaccettabili fragilità nelle misure di prevenzione degli inquinamenti, e che l’eccessivo utilizzo di pesticidi da parte dell’agricoltura lombarda continui ad alimentare uno stato di grave precarietà per lo stato chimico delle acque di falda e di superficie.”
Una contaminazione da non sottovalutare
Il Tfa è riconosciuto come sostanza di interesse emergente a livello europeo. Diversamente da altri Pfas, non tende fortunatamente ad accumularsi nell’organismo, che lo elimina in pochi giorni, ma questo non significa che sia privo di effetti sulla salute umana, oltre al fatto che, trattandosi di un ‘inquinante eterno’ (forever chemical), esso è destinato ad accumularsi irreversibilmente negli ambienti naturali.
Il suo vasto impiego, soprattutto per la produzione di pesticidi di utilizzo molto diffuso in agricoltura, e la sua alta solubilità in acqua, sono all’origine della diffusione ubiquitaria di questa sostanza nell’ambiente, soprattutto nelle acque. La ricerca sui suoi effetti sulla salute è ancora in corso, le istituzioni scientifiche internazionali ne stanno valutando gli impatti e le soglie di riferimento sono in fase di definizione: per questo un approccio precauzionale è d’obbligo. Non a caso, la normativa europea sta convergendo verso la messa al bando di queste sostanze, visto che in molti settori le alternative esistono già, e nel frattempo si stanno delineando limiti stringenti e vincolanti che speriamo possano essere al più presto armonizzati.
Legambiente, che da anni monitora il tema dell’inquinamento da PFAS in Lombardia, chiede a Regione Lombardia di essere informata sui lavori del tavolo di emergenza attivato a livello regionale – continua Baio – ed è pronta a perfezionare l’esposto, qualora siano individuate le aziende responsabili dell’inquinamento dalle indagini di Arpa Lombardia. Legambiente chiede anche che il principio fondamentale del ‘chi inquina paga’ sia fatto valere senza tentennamenti nei confronti dei responsabili dell’inquinamento e a tutela dei cittadini.