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I Disturbi Specifici del Linguaggio: dallo sviluppo fisiologico ai campanelli di allarme

I Disturbi Specifici del Linguaggio: dallo sviluppo fisiologico ai campanelli di allarme
Idee & Consigli 09 Gennaio 2023 ore 09:27

L’essere umano, per la sua natura, è definito un “animale sociale”: nasce cioè con la naturale propensione all’interazione e alla comunicazione con i suoi simili. Da ciò si può facilmente dedurre che l’acquisizione del linguaggio è un processo che avviene con graduale spontaneità e naturalezza nel corso dei primi anni di vita del bambino. Studi recenti addirittura hanno scoperto che la sensibilità al ritmo specifico della lingua parlata dai genitori viene acquisita già in fase fetale. Il feto si trova in un ambiente "ovattato", ma le caratteristiche ritmiche dei discorsi che avvengono fuori dalla pancia della mamma arrivano inalterate alle sue orecchie. L'acquisizione del linguaggio, dunque, avviene in modo progressivo sin dalla vita intrauterina. L'apprendimento del ritmo della lingua parlata dai suoi genitori già in fase pre-natale favorirà poi un migliore sviluppo delle competenze linguistiche del bambino dopo il parto.

Lo sviluppo del linguaggio, quindi, rappresenta una naturale caratteristica dell’essere umano e avviene in maniera del tutto automatica e spontanea, ma allo stesso tempo è un processo caratterizzato da una grande variabilità interindividuale. Ogni bambino, infatti, sviluppa il linguaggio secondo i propri tempi e le proprie capacità; tuttavia, se è vero che imparare a parlare richiede tempo, è altrettanto vero che non tutti i bambini iniziano a farlo correttamente alla stessa età.

Gli esperti hanno individuato alcune tappe principali da raggiungere, affinché vi sia uno sviluppo armonico delle competenze linguistiche e comunicative. Conoscere tali tappe di acquisizione consente di individuare precocemente eventuali campanelli d’allarme che possano essere predittivi di un potenziale ritardo o disturbo del linguaggio.

Lo sviluppo del linguaggio e le sue principali tappe di acquisizione

Quando si parla di sviluppo del linguaggio, non si fa riferimento esclusivamente alla capacità del bambino di produrre dei suoni e di articolarli per formare le parole, ma a tutta una serie di abilità tra cui ascolto, capacità di discriminazione di suoni diversi, competenze motorie, cognitive e sviluppo affettivo. La maturazione delle abilità espressive e comunicative del bambino, infatti, dipende da tutte queste competenze.

Dalla nascita al primo anno di vita 

  • 0 – 3 mesi

Alla nascita il bambino è in grado di discriminare i suoni di tutte le lingue del mondo, ma a partire dai 6 mesi perde questa capacità, continuando a riconoscere come diversi solo i suoni della lingua madre. II neonato, inoltre, sviluppa una preferenza per la voce e il volto materno e la principale forma con cui comunica è il pianto.

Di fondamentale importanza in questa fase per favorire l’ulteriore sviluppo linguistico del bambino è rinforzare il suo naturale interesse per il linguaggio attraverso una modalità comunicativa che preveda l’enfatizzare i suoni e le espressioni del viso. Si tratta del cosiddetto “motherese” o “baby talk”, ovvero la naturale modalità comunicativa che la madre mette in atto spontaneamente quando parla al suo bambino, utilizzando principalmente parole cantilenate, sguardi prolungati e lunghe pause, parole ripetute, onomatopee, frasi brevi e semplici. La particolare intonazione e la musicalità che caratterizza il baby talk è in grado di attivare e stimolare ulteriormente le zone cerebrali del neonato deputate allo sviluppo del linguaggio.

  • 3 – 6 mesi

Il bambino inizia ad avere la capacità di seguire lo sguardo e a condividere gli stati affettivi.
Sviluppa il sorriso sociale, ossia la capacità di rispondere al sorriso dell’adulto e inizia a produrre i primi vocalizzi. 

In questa fase è importante manifestare interesse alle vocalizzazioni del bambino, così da restituirgli un feedback positivo che lo sproni a continuare. In questo modo non solo sperimenterà il piacere della vocalizzazione, ma inizierà ad apprendere ciò che costituisce la base della comunicazione: l’attenzione, l’ascolto dell’altro e il rispetto della turnazione comunicativa.

  • 6 – 8 mesi

Compare la lallazione canonica, cioè la ripetizione di sillabe composte dalla stessa consonante (per esempio “pa-pa-pa”, “ma-ma-ma”). L’esordio e la produzione della lallazione non è uguale per tutti i bambini, tuttavia rappresenta un importante indicatore per lo sviluppo linguistico successivo.

  • 8 – 10 mesi

Segue la fase della lallazione variata, vale a dire che il bambino, nel corso delle sue sperimentazioni linguistiche, comincia a ripetere sillabe con consonanti diverse (per esempio “pa-ta”, “ma-ba”).
Questa fase dello sviluppo del linguaggio è molto importante. Studi confermano che i bambini che presentano una lallazione più ricca di suoni, sviluppano successivamente un lessico più ampio.
In questa fase, inoltre, il bambino inizia ad utilizzare il gesto dell’indicazione in modo intenzionale per mostrare o richiedere qualcosa di suo interesse. Compaiono le prime routines gestuali, ovvero il bambino apprende gesti sociali come il fare ciao con la mano o mandare un bacio.
In questa fase inizia a svilupparsi anche la capacità di comprensione linguistica, infatti, il bambino è in grado di comprendere singole parole, per lo più legate al contesto e all’uso quotidiano.

  • 10 – 12 mesi 

Il bambino anticipa la comparsa delle prime parole utilizzando il gesto rappresentativo.
Si tratta di un gesto che rappresenta simbolicamente un oggetto o un’azione (ad esempio fare il gesto della nanna o del mangiare/bere). Successivamente compaiono anche le prime parole legate a persone ed oggetti familiari o ad attività rituali. Sono articolate prevalentemente con suoni nasali (/m/, /n/) e suoni occlusivi (/p/, /b/, /t/, /d/), come ad esempio “mamma”, “pappa”, “papà”, “nanna”, “nonno” o “nonna”. L’adulto, prima considerato solo un agente (cioè un mezzo per ottenere ciò che desidera), inizia ad essere visto come un soggetto con cui interagire e comunicare.
Inoltre, il bambino inizia a comprendere brevi frasi e ordini semplici.

Dalle prime parole all’esplosione del vocabolario (12 – 18 mesi)

A partire dai 12 mesi il bambino pronuncia le prime parole e generalmente a questa età ci si aspetta che sia in grado di produrne almeno dieci. Da questo momento in poi si assisterà ad un progressivo incremento della produzione linguistica e avrà inizio una fase definita di esplosione del vocabolario.

A partire dai 18 mesi l’acquisizione di nuove parole diventa sempre più veloce; il bambino mostra un interesse crescente ai nomi delle cose che lo circondano e comincia così ad utilizzarli. Apprende, inoltre, che ad ogni parola corrisponde un oggetto (principio della referenzialità) e che attraverso l’uso del linguaggio può agire sul mondo. Intorno ai 18 mesi, dunque, avviene un notevole ampliamento del vocabolario, raggiungendo la produzione di circa 50 parole.

Per quanto riguarda le abilità morfo-sintattiche, a questa età il bambino non è ancora in grado di costruire una frase completa, ma utilizza una sola parola per esprimere il significato di un’itera frase. È la cosiddetta fase della “parola – frase”, per cui il bambino dirà “palla” (magari accompagnando la produzione verbale con il gesto che indica l’oggetto) per intendere “voglio la palla” oppure dirà “acqua” per intendere “ho sete”/ “voglio bere”.

Lo sviluppo della morfosintassi (18 – 36 mesi)

Il progressivo e graduale ampliamento del vocabolario porterà il bambino ad aver acquisito circa 150/200 parole a 24 mesi e, come naturale conseguenza, ciò gli consentirà di iniziare a combinare più parole per formare le prime frasi, favorendo così lo sviluppo morfosintattico

In particolare, intorno ai 24 mesi il linguaggio del bambino sarà caratterizzato dalla produzione della cosiddetta frase telegrafica, data dalla combinazione di due o più parole per esprimere il concetto di un’intera frase, per cui dirà “mamma pappa” per intendere “mamma, ho fame”/ “mamma, voglio la pappa” oppure dirà “bimbo mani pocche” per intendere “il bambino ha le mani sporche”.

Tra i 24 e i 30 mesi, il lessico si arricchisce ulteriormente, raggiungendo la capacità di produrre circa 500 parole e, tra queste, compaiono anche gli articoli, i primi verbi ed aggettivi. 

Sul versante morfosintattico la produzione della frase si arricchisce ulteriormente, per cui il bambino sarà in grado di costruire frasi semplici costituite da soggetto e verbo o soggetto, verbo e complemento oggetto. In questa fase si parla di stadio protosintattico, in cui l’organizzazione sintattica dell’enunciato, pur essendo ancora immatura, si amplia progressivamente. Ad esempio, il bambino dirà “Pappa più” per intendere “Non voglio più altra pappa” oppure dirà “Mette io pappe” (“Io metto le scarpe”) o “Ecco, a nonna ajiva” (“Ecco, la nonna arriva”).

Dai 30 i 32 mesi il bambino acquisisce e consolida le principali regole grammaticali per costruire enunciati semplici e inizia gradualmente ad espandere la sua produzione attraverso l’introduzione di frasi progressivamente più complesse, per cui dirà ad esempio “Io vojo docaje kuetto” per intendere “Io voglio giocare con questo”.

Dai 32 ai 36 mesi, infine, le competenze morfosintattiche si ampliano e maturano progressivamente, consentendo al bambino di raccontare piccoli episodi legati alla sua quotidianità, attraverso l’utilizzo e la combinazione di enunciati via via più complessi. All’età di 4 anni, poi, sarà in grado di esprimere correttamente il proprio pensiero. 

Infine, ci si aspetta che la completa maturazione e acquisizione del linguaggio, sia in produzione che in comprensione, e le competenze morfosintattiche si completino entro i 6 anni di età.

Disturbi Specifici del linguaggio: cosa sono e come si manifestano

Il Disturbo Specifico del Linguaggio (DSL) è un’alterazione dello sviluppo e dell’acquisizione del linguaggio. È detto “specifico” in quanto non è collegato o causato da altri disturbi evolutivi.
Si tratta, dunque, di un disturbo puro e circoscritto alla sfera comunicativa e linguistica, in assenza di problemi cognitivi, sensoriali, motori, affettivi e di importanti carenze socio-ambientali.

I disturbi specifici del linguaggio sono piuttosto comuni in età prescolare, interessano circa il 5% dei bambini di età compresa tra i 2 e i 6 anni e generalmente si manifestano con un’alterazione a carico di uno o più livelli del linguaggio. 

A livello fonetico – fonologico si può riscontrare un’alterazione nella pronuncia dei suoni (per cui “sole” è pronunciato “tole”), oppure il bambino può manifestare difficoltà più o meno marcate nella programmazione fonologica e nella sequenzialità dei suoni che compongono le parole (per cui “cioccolata” è pronunciata “cocciolata” oppure “elefante” è pronunciato “fante”).

A livello lessicale – semantico si può rilevare un vocabolario ridotto rispetto all’età, per cui il bambino dice e comprende un minor numero di parole rispetto alle attese.

A livello morfo – sintattico, infine, si può riscontrare un rallentamento o un’immaturità nella capacità di comunicare costruendo correttamente la frase oppure una difficoltà più o meno significativa di comprendere quanto viene detto.

Ritardo o Disturbo Specifico del Linguaggio? 

Se è vero che, come è stato precedentemente detto, esiste una notevole variabilità interindividuale, per cui ciascun bambino sviluppa il linguaggio secondo i propri ritmi ed i propri tempi, è altrettanto vero che esistono dei segnali ben precisi che è bene che ciascun genitore impari a riconoscere per poter intervenire per tempo alla risoluzione di un potenziale disturbo specifico del linguaggio.

Generalmente i 3 anni sono considerati l’età limite per distinguere un ritardo del linguaggio (che generalmente si risolve spontaneamente) da un disturbo specifico che, al contrario, richiede l’intervento di una figura specializzata e l’adozione di strategie mirate alla risoluzione delle difficoltà.

Difatti, si parla di ritardo di linguaggio quando le competenze espressive compaiono a partire dai 30 mesi circa, ma i bambini riescono a recuperare il gap entro un anno di ritardo rispetto alla norma. In tal caso sono definiti “late bloomers” (letteralmente “che sbocciano in ritardo”): si tratta di bambini che, con i propri tempi, maturano più lentamente rispetto alle attese, ma recuperano spontaneamente entro i 4-5 anni di età, rimettendosi così al pari con i propri coetanei. Si parlerà, al contrario, di disturbo specifico del linguaggio quando le difficoltà legate all’acquisizione e allo sviluppo del linguaggio non sono transitorie, ma persistono oltre i 3 anni di età. 

I campanelli di allarme

È importante che ciascun genitore impari ad osservare e a monitorare la crescita e lo sviluppo del proprio figlio con la giusta dose di spirito critico ed obiettività, tenendo sempre presente che ciascun bambino è unico e speciale, per cui è fondamentale rispettare i suoi tempi, e che non esistono gare in cui vince chi fa di più o arriva prima. Allo stesso tempo, però, è fondamentale saper cogliere quei segnali che costituiscono un campanello di allarme, in riferimento alle fisiologiche tappe di acquisizione del linguaggio. Bisogna, dunque, fare attenzione ai seguenti aspetti: 

  • assenza della lallazione fra i 5 ed i 10 mesi;
  • assenza della gestualità fra i 12 ed i 14 mesi;
  • mancata acquisizione di schemi d’azione con oggetti a 12 mesi;
  • vocabolario inferiore a 20 parole a 18 mesi;
  • vocabolario inferiore a 50 parole a 24 mesi;
  • assenza o ridotta presenza di gioco simbolico e problemi nella comprensione di ordini non contestuali fra i 24 ed i 30 mesi;
  • mancata combinazione di almeno due parole tra i 24 ed i 30 mesi;
  • ridotta presenza di gioco simbolico fra 30 e 40 mesi;
  • persistenza di idiosincrasie dopo i 30 mesi.

Come si cura? Misure di intervento e strategie da applicare

I disturbi specifici del linguaggio possono essere risolti grazie all’intervento del logopedista, figura professionale specializzata nel trattamento di tutte le alterazioni della comunicazione e del linguaggio.

Solitamente l’età consigliata per iniziare un trattamento individuale o in piccoli gruppi è intorno ai 3 anni, ma in caso di alterazioni particolarmente gravi e significative è possibile intervenire anche prima. In questo caso l’intervento primario è quello del Parent Coaching, in cui i genitori diventano protagonisti attivi dell'intervento riabilitativo del proprio bambino, grazie alle strategie psicoeducative fornite dallo specialista da mettere in campo nei vari contesti di vita quotidiana.
Di fondamentale importanza per la riuscita del trattamento e, di conseguenza per la risoluzione del problema, è la piena aderenza non solo da parte del bambino, ma anche della famiglia al percorso riabilitativo che solitamente prevede un incontro settimanale in studio, oltre che l’applicazione quotidiana di strategie mirate che il logopedista suggerisce e identifica come più efficaci, basandosi sulle caratteristiche specifiche di ciascun bambino. Tali strategie saranno messe in atto in tutti i contesti di vita del bambino (famiglia, scuola o parco) da tutte le figure di riferimento (genitori, nonni, babysitter e insegnanti). Solo grazie ad un lavoro di squadra, infatti, sarà possibile accompagnare il bambino verso una graduale ma completa risoluzione delle sue difficoltà, aiutandolo a recuperare e ad acquisire le competenze linguistiche e comunicative carenti.

Anche nel caso in cui il proprio bambino non abbia ancora una diagnosi certa di disturbo specifico del linguaggio è importante che i genitori imparino utilizzare alcune strategie educative che hanno lo scopo di favorire uno sviluppo adeguato sia delle competenze di comprensione sia di produzione di parole.

È utile, prima di tutto, promuovere interazioni sociali, favorendo il più possibile la socializzazione e l’interazione con i pari, prediligendo la frequentazione di parchi, asili o ludoteche e promuovendo la partecipazione alle feste di compleanno o ad eventi per bambini.

È importante, inoltre, che l'adulto impari a mettersi in relazione con il bambino, riconoscendolo come partner attivo della conversazione, attendendo la sua risposta senza anticipare o sostituirsi a lui.
È altrettanto importante riconoscere, accogliere e interpretare tutti i comportamenti comunicativi del bambino, verbali e non verbali, fornendo un feedback positivo e premiando il suo impegno nel cercare di comunicare attraverso il canale verbale.

Non è utile far finta di non capire ciò che il bambino cerca di comunicare, piuttosto è consigliato ripetere nel modo corretto le parole che vengono articolate male e riformulare le frasi, in modo tale da fornire sempre un esempio ed un modello corretto da imitare.

Sono fortemente consigliate, inoltre, le attività che sostengono lo sviluppo comunicativo – linguistico come la lettura condivisa di libri, il gioco simbolico (giocare “a fare finta”), proporre canzoncine e filastrocche. È invece sconsigliato l’utilizzo di PC, tablet e smartphone se non per effettuare videochiamate con parenti e persone care di grande importanza affettiva.

Articolo a cura di

Virginia Farnese
Logopedista

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