Salute non tradizione

Mutilazioni genitali femminili: informare vuol dire prevenire

Promuovere la cultura del rispetto e dell’integrità corporea. Gli studenti dell’Università Vita-Salute a colloquio con il professor Stefano Salvatore, ginecologo responsabile dell’Unità Funzionale di Uroginecologia del San Raffaele

Mutilazioni genitali femminili: informare vuol dire prevenire

Ogni bambina ha diritto a un corpo inviolabile, a una crescita libera dalla violenza e a una salute tutelata, senza compromessi. Ogni anno il 6 febbraio si celebra la “Giornata internazionale della tolleranza zero” verso le mutilazioni genitali femminili, richiamando l’attenzione su una pratica che colpisce ancora oggi milioni di donne e bambine nel mondo. Le mutilazioni genitali femminili comprendono tutti gli interventi che comportano la rimozione parziale o totale degli organi genitali esterni femminili, o altre lesioni degli stessi per motivi non medici, ledendo profondamente i diritti umani fondamentali.

Mutilazioni genitali femminili: una pratica da debellare

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità queste pratiche possono essere classificate in quattro diverse tipologie, definite in base alla loro gravità.

Le mutilazioni genitali femminili compromettono il benessere e la qualità di vita delle donne. L’Organizzazione delle Nazioni Unite le riconosce come una grave violazione dei diritti umani e una forma di violenza di genere, richiedendo agli Stati membri l’adozione di misure legislative, sanitarie ed educative volte alla loro totale eliminazione. In Italia le mutilazioni genitali femminili sono vietate e per gli operatori sanitari sussiste l’obbligo di denuncia in base alla Legge n. 7 del 9 gennaio 2006, che prevede sanzioni penali anche se l’atto è compiuto all’estero

sottolinea Stefano Salvatore, professore presso l’Università Vita-Salute San Raffaele e ginecologo responsabile dell’Unità funzionale di Uroginecologia, nonché presidente del Corso di Laurea in Ostetricia.

Una piaga anche dell’Italia e dell’Europa

Sebbene siano più diffuse in alcune aree dell’Africa, del Medio Oriente e dell’Asia, esse non sono un problema lontano. In Europa e in Italia le mutilazioni genitali femminili costituiscono un evento presente, seppur spesso sommerso, legato ai flussi migratori e alla multietnicità della popolazione. In Italia oltre 88mila donne ne sono state vittime e circa 16mila bambine risultano potenzialmente a rischio.

Spesso giustificate come tradizione culturale o rito di passaggio, tali pratiche non apportano alcun beneficio per la salute e possono causare dolore intenso, infezioni, complicanze ostetriche, problemi urinari e conseguenze psicologiche durature.

I cambiamenti globali e la crescente multietnicità della società rendono fondamentale affrontare al meglio il tema delle mutilazioni genitali femminili – ha aggiunto il professor Stefano Salvatore – La prevenzione passa attraverso la capacità dei professionisti sanitari di riconoscere situazioni a rischio, accogliere le donne senza giudizio e attivare percorsi di protezione, soprattutto durante la gravidanza e il parto.

Il ruolo delle ostetriche

Le ostetriche svolgono un ruolo centrale nello screening e nella presa in carico delle donne a rischio o con pregresse mutilazioni genitali femminili durante gravidanza, parto e puerperio. Spesso sono il primo contatto con il sistema sanitario, permettendone l’identificazione precoce tramite un’anamnesi accurata e un approccio rispettoso, non giudicante e culturalmente sensibile. Lo screening prenatale consente di riconoscere il tipo di mutilazione, valutare il rischio di complicanze e pianificare interventi mirati.

L’ostetrica contribuisce a definire un piano assistenziale individualizzato con il team multidisciplinare. Durante travaglio e parto, l’assistenza si basa sulle evidenze cliniche e psicologiche, promuovendo sicurezza, consenso informato e rispetto della dignità. Nel puerperio, include monitoraggio della guarigione perineale, prevenzione delle infezioni e individuazione precoce di esiti psicologici, estendendo il counseling alla salute sessuale e riproduttiva e alla prevenzione della reiterazione della pratica sulle figlie.

Le tradizioni culturali rappresentano un patrimonio di identità e storia. Tuttavia non devono mai entrare in conflitto con i diritti fondamentali, la dignità del corpo e la tutela della salute. Promuovere una cultura del rispetto significa, in definitiva, affermare con chiarezza che nessuna tradizione può giustificare la violenza.

Articolo a cura di  Lucia Guazzoni (Studentessa al II anno del Corso di Laurea in Ostetricia dell’Università Vita-Salute San Raffaele)