L'efferato omicidio

Ucciso per rubargli 50 euro, chieste due condanne all’ergastolo

Per il delitto avvenuto a Valbrembo, alla sbarra c'è anche un 24enne di Brugherio: rischia il carcere a vita

Ucciso per rubargli 50 euro, chieste due condanne all’ergastolo

La Corte d’assise si pronuncerà il 20 aprile 2026 quando, al termine della nuova udienza, è attesa la sentenza per l’omicidio di Luciano Muttoni, l’affittacamere di 57 anni ucciso a calci e pugni il 7 marzo 2025 nella sua abitazione di Valbrembo, nella Bergamasca. Un delitto che ha profondamente colpito l’opinione pubblica per la violenza esercitata e per la sproporzione tra la brutalità dell’aggressione e il movente.

Due richieste di condanna all’ergastolo

Imputati nel processo sono il bergamasco Carmine De Simone Dicecca, 25 anni, e Mario Vetere, 24, di Brugherio, ex studente dell’Itsos di Cernusco sul Naviglio. Per entrambi il pubblico ministero ha chiesto la condanna all’ergastolo.

Nell’ultima udienza tenutasi nei giorni scorsi al Tribunale orobico sono state pronunciate le arringhe difensive, alla presenza dei familiari della vittima, ancora una volta chiamati ad ascoltare la ricostruzione di quella tragica giornata.

L’omicidio avvenuto a Valbrembo

Secondo quanto emerso, Muttoni sarebbe stato colpito con estrema violenza, a calci e pugni alla testa, fino a perdere la vita. Un’aggressione feroce che, stando agli elementi raccolti, avrebbe fruttato un bottino minimo: circa 50 euro, un telefono cellulare di poco valore, alcune carte di credito mai utilizzate e l’auto della vittima, impiegata per la fuga terminata a Biassono, in Brianza, quando vennero fermati dai Carabinieri a bordo della macchina di Muttoni.

La tesi degli avvocati difensori

Le difese hanno tracciato due linee differenti. L’avvocato di De Simone ha sostenuto che non si trattasse di una rapina premeditata, ma di una reazione impulsiva, maturata in seguito a una presunta “ripicca” legata agli atteggiamenti della vittima nei confronti della fidanzata del suo assistito. Ha inoltre ricostruito una vita segnata da difficoltà profonde: un’infanzia problematica, la perdita della madre in tenera età, i tentativi di recupero attraverso comunità e affidi, fino alla dipendenza da sostanze e a una condizione di forte marginalità sociale. Elementi che, secondo la difesa, dovrebbero essere tenuti in considerazione nella valutazione della pena, evitando una condanna al carcere a vita.

Diversa la posizione dell’avvocato di Vetere, che ha chiesto l’assoluzione dall’accusa di omicidio. La difesa sostiene che il giovane fosse stato coinvolto esclusivamente in un progetto di rapina e che non potesse prevedere un esito così estremo. In questo contesto è stata richiamata anche la figura di un terzo soggetto, indicato come reclutatore, già condannato a 5 anni e 8 mesi per concorso in rapina.

L’attesa per la sentenza del 20 aprile

Al centro del processo resta dunque non solo la ricostruzione dei fatti, ma anche la valutazione delle responsabilità individuali e del contesto umano e sociale in cui sono maturati. Due percorsi segnati da fragilità, dipendenze e tentativi falliti di reinserimento si intrecciano con un episodio di violenza estrema, lasciando alla Corte il compito di stabilire colpe e pene.

De Simone, che era sotto l’effetto di cocaina al momento dell’omicidio, è ritenuto l’ideatore; Vetere, invece, aiuto educatore in una comunità, è il complice, contattato su Instagram e assoldato (dietro la promessa di una ricompensa) per “regolare i conti con un tizio che mi doveva dei soldi”, aveva mentito De Simone quando si erano messaggiati.