Parole che fanno paura: ansia anticipatoria e balbuzie

Ridefinire i rapporti fra questi due termini diventa fondamentale, permette di inquadrare il problema attraverso una prospettiva diversa

Parole che fanno paura: ansia anticipatoria e balbuzie
Martesana, 22 Febbraio 2018 ore 06:00

Se l'ansia per definizione è l’anticipazione di un pericolo in assenza di stimoli minacciosi reali, nell’ansia anticipatoria il vissuto ansioso si manifesta alla sola idea di dover sperimentare in futuro determinate situazioni temute. Cosa potrebbe andare storto?
Nei fatti non lo sappiamo, non l’abbiamo ancora vissuto, ma in potenza tutto può andare storto, e allora è come se l’avesse già fatto. Insomma, ogni tanto la nostra capacità di guardare al futuro s’inceppa.

L’ansia anticipatoria è associata alla paura di balbettare

Tutti noi abbiamo la capacità di prevedere le situazioni che potenzialmente ci metteranno in difficoltà. E lo facciamo in base ai vissuti di successo o di fallimento che connettiamo alle nostre esperienze passate. Come si sà, l’esperienza insegna. La nostra abilità predittiva non è perfetta, possiamo sovrastimare rischi piccoli e sottostimarne di grandi, ma ogni nuova esperienza, una volta messa alla prova dei fatti, crea un precedente, un’eco che porteremo con noi sotto forma di traccia. Per chi sperimenta la difficoltà della balbuzie l’ansia anticipatoria è associata alla paura di balbettare, e tende ad essere tanto più forte quanto più in esperienze precedenti si è vissuta l’interruzione della parola come causa di riduzione della propria capacità di comunicare, e fonte di imbarazzo nel rapportarsi con gli altri.

Rischia di aggravare il problema

È importante sottolineare che l’ansia anticipatoria associata alla balbuzie è effetto delle conseguenze negative di precedenti episodi di balbuzie e non, come si può erroneamente pensare, loro causa. L’ansia anticipatoria rischia però di aggravare il problema. Come si è visto in precedenza l’effetto immediato dell’ansia anticipatoria è quello di generare nel corpo alcune risposte primitive di difesa, fra cui l’irrigidimento dei muscoli e l’alterazione della frequenza respiratoria, entrambe condizioni che possono avere un’influenza importante sulla fluenza e sui comportamenti motori secondari di chi balbetta, esacerbando il problema.

Una capacità predittiva sviluppata

Entro questo quadro di difficoltà la capacità predittiva di chi balbetta sembra essere particolarmente sviluppata, al punto che chi balbetta conosce già in alcuni casi quali saranno le parole o i suoni specifici nel pronunciare i quali il problema si presenterà. Questa capacità di anticipazione sembra essere presente in grado variabile in individui diversi, e affinarsi progressivamente all’aumentare dell’età. Anche in questo caso le esperienze precedenti giocano un ruolo importante.

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Un circolo vizioso

I singoli episodi di balbuzie associati ad una parola o ad un suono rappresentano per la persona momenti di interruzione del flusso comunicativo. Nonché situazioni emotivamente difficili da gestire e fonte di imbarazzo che spesso producono risposte negative da parte
dell’ambiente circostante, ad esempio negli ascoltatori. Tali vissuti negativi possono non essere ricordati a livello consapevole, ma rimanere attaccati come un’eco alle parole e ai suoni che li hanno evocati inizialmente, attivando ansia anticipatoria e portando la persona a balbettare con frequenza maggiore su quelle stesse parole e suoni, in un circolo vizioso che si autoalimenta.

Ridefinire i rapporti

Ridefinire i rapporti fra ansia anticipatoria e balbuzie è importante. E permette di inquadrare il problema attraverso una prospettiva diversa che non confonda cause ed effetti. A tutti capita di ricordare episodi in cui le cose non sono andate come avremmo voluto. Questi instaurano in noi un meccanismo per cui il ripetersi di situazioni simili viene vissuto con grande ansia. È chiaro però come questo tipo di ansia sia effetto, e non causa, dell’episodio emotivamente spiacevole. Essere consapevoli di questo cambia la nostra prospettiva sulla cose, e può permetterci di vederle, e di affrontarle, sotto una luce nuova.

 

A cura di Erica Ceciliani, Psicologa Clinica