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Operazione “Domino”: 9 arresti in Italia per finanziamento ad Hamas. Sequestrati 8 milioni di euro

La Digos e la Guardia di Finanza sgominano una cellula terroristica a Genova e Milano. Tra gli indagati anche Mohammad Hannoun, protagonista di una recente manifestazione pro Pal a Sesto San Giovanni

Operazione “Domino”: 9 arresti in Italia per finanziamento ad Hamas. Sequestrati 8 milioni di euro

Nove arresti da parte della Guardia di finanza e della Polizia di Stato. Si tratta di persone accusate di avere finanziato Hamas attraverso associazioni, destinando all’organizzazione terroristica palestinese oltre 8 milioni di euro. Tra le persone finite in manette, secondo fonti di stampa, c’è Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia, recentemente salito agli onori delle cronache a Sesto San Giovanni e Cinisello Balsamo.

La richiesta di allontanamento

Hannoun risulta già destinatario di un foglio di via con divieto di rientro nel Comune di Milano emesso il 25 ottobre, a seguito delle dichiarazioni rilasciate durante una manifestazione del 18 dello stesso mese.

Nonostante tale provvedimento, Hannoun ha preso parte anche sabato 13 dicembre a un’ulteriore manifestazione pro-Palestina a Sesto San Giovanni, partita alle 14.30 da piazza PrimoMaggio e giunta fino a Cinisello Balsamo.

I sindaci dei due Comuni avevano poi chiesto un’estensione del provvedimento milanese anche al loro territorio.

L’operazione “Domino”

Le indagini avrebbero fatto emergere una rete terroristica italiana smantellata, con ramificazioni in Europa e in Turchia, e un sistema di finanziamento camuffato da solidarietà umanitaria.

L’operazione, chiamata “Domino”, è stata condotta dalla Digos in coordinamento con la Direzione centrale della Polizia di prevenzione e la Guardia di Finanza di Genova.

L’indagine, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia e antiterrorismo (Dda) del capoluogo ligure, ha portato alla luce un complesso meccanismo di raccolta fondi a favore dell’organizzazione terroristica Hamas, deviando denaro destinato ufficialmente alla popolazione civile di Gaza.

Il “Comparto estero”

Gli indagati, definiti dagli investigatori membri del “comparto estero” di Hamas, sono accusati di associazione con finalità di terrorismo e, per alcuni, di concorso esterno. Tra loro figura anche il presunto leader della cellula italiana. Oltre alle misure cautelari, è stato disposto il sequestro di beni per un valore di circa 8 milioni di euro.

Il doppio canale dei fondi: dall’umanitario al militare

L’inchiesta, partita su impulso della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo dopo l’attacco del 7 ottobre 2023, ha preso le mosse dall’analisi di segnalazioni di operazioni finanziarie sospette risalenti anche a prima di quella data. Gli investigatori hanno scoperto che gli indagati gestivano associazioni benefiche e di solidarietà con il popolo palestinese, con sede a Genova e filiali a Milano, attraverso le quali raccoglievano ingenti donazioni.

In realtà, secondo le accuse, oltre il 71% dei fondi non raggiungeva mai i civili di Gaza, ma veniva dirottato verso le casse di Hamas per finanziarne l’ala militare, il sostentamento dei familiari di attentatori suicidi o di detenuti per terrorismo. L’indagine ha accertato legami con persone residenti in Turchia, che fungevano da ponte per il trasferimento dei contanti verso la Striscia.

La rete internazionale e l’ideologia del “martirio”

L’attività investigativa si è avvalsa di scambi informativi con le autorità dei Paesi Bassi e di altri Paesi Ue, coordinati anche da Eurojust. Le prove raccolte dipingono il quadro di un’organizzazione strutturata e ideologizzata.

Dalle conversazioni intercettate emergerebbe non solo la consapevolezza del finanziamento a scopi terroristici, ma anche compiacimento per le violenze degli attentati.

Nei server degli indagati sono stati rinvenuti documenti che illustrano attività di reclutamento (da’wa) nel settore studentesco e l’addestramento militare, insieme a materiale celebrativo dello “status di martiri e prigionieri”.

L’operazione “Domino” svela così l’esistenza di una rete internazionale di soggetti e istituzioni impegnati nella raccolta fondi, che sfrutta il paravento della causa umanitaria per sostenere concretamente la macchina terroristica. Un colpo significativo alle infrastrutture finanziarie di Hamas in Europa, frutto di una lunga e complessa cooperazione investigativa transnazionale.

L’arresto di Hannoun

Secondo gli investigatori, da quanto emerge, Hannoun sarebbe un membro del comparto estero della cellula terroristica e vertice della cellula italiana di Hamas.

Così ha commentato la notizia Riccardo De Corato, deputato di Fratelli d’Italia, vice presidente della Commissione Affari Costituzionali della Camera:

Tra gli arrestati anche Mohammed Hannoun di cui da tempo avevamo denunciato pericolosità. Se quanto contestato dovesse trovare conferme nelle successive fasi giudiziarie, ci troveremmo davanti a un quadro gravissimo: la solidarietà e le raccolte umanitarie non possono e non devono mai diventare una copertura per il finanziamento del terrorismo.

Per questo è necessario alzare il livello di attenzione e garantire controlli rigorosi e tracciabilità su ogni circuito di raccolta fondi, a tutela dei cittadini che donano in buona fede e delle stesse cause umanitarie, che non vanno strumentalizzate.

Alla luce di quanto emerso, annuncio inoltre la volontà di presentare un’interrogazione parlamentare al Ministro dell’Interno affinché verifichi con la massima priorità l’eventuale presenza di infiltrazioni terroristiche nei cortei pro-Palestina e nelle raccolte fondi per la Palestina, e affinché siano adottate tutte le iniziative necessarie per prevenire e contrastare qualunque tentativo di condizionamento da parte di Hamas o di gruppi jihadisti.

I fatti odierni dimostrano anche un altro punto che da tempo segnaliamo: quando si parla di apertura di nuove moschee e luoghi di culto, serve il massimo livello di controllo e trasparenza, in stretta collaborazione con prefetture e questure, affinché nessuno spazio possa essere trasformato in centro di propaganda, radicalizzazione o reclutamento terroristico.

Ribadisco un punto essenziale: contrastare il terrorismo significa colpire reti, finanziamenti e responsabilità individuali, nel pieno rispetto della libertà di manifestare e di culto, ma senza zone grigie e senza ambiguità. La sicurezza nazionale e la legalità vengono prima di tutto