Il ricorso

L’ordinanza “anti-movida” del sindaco finisce in Tribunale

A impugnare il dispositivo del primo cittadino di Vimodrone Dario Veneroni è stato lo Spazio Vimo, club punto di riferimento per sudamericani

L’ordinanza “anti-movida” del sindaco finisce in Tribunale

“Al primo approccio consentito in questa sede, vi sono dubbi circa la correttezza procedimentale in assenza di contraddittorio, il carattere d’urgenza del provvedimento e la competenza del sindaco”.

L’ordinanza “anti-movida” del sindaco finisce in Tribunale

Con queste motivazioni, e tramite decreto, il Tribunale amministrativo regionale della Lombardia ha accolto (in parte) il ricorso presentato da Spazio Vimo Aps, l’ex Mala Vida di via dell’Artigianato, a Vimodrone, al quale, a inizio novembre 2025, era stata notificata un’ordinanza firmata dal primo cittadino Dario Veneroni che ha imposto ferree limitazioni al club-associazione culturale regolarmente al centro di problemi legati agli schiamazzi, al disturbo della quiete pubblica e, in generale, alla sicurezza dentro e nei pressi dello stabile.

Il Tar ha respinto la richiesta dei legali dello Spazio Vimo di adottare misure cautelari in merito alla validità dell’ordinanza, disponendo però una velocizzazione della convocazione della camera di consiglio per entrare nel merito e nel dettaglio del ricorso. La prima udienza c’è già stata, con l’Amministrazione che si è costituita in giudizio per difendere la legittimità dell’operato dell’ente.

Cosa prevede il provvedimento firmato dal sindaco

Tra le drastiche misure imposte all’ex Mala Vida (punto di riferimento e ritrovo per le comunità di latinoamericani dell’hinterland) ci sono l’obbligo di chiusura alle 22 e il divieto di organizzare “trattenimenti musicali, danzanti o di pubblico spettacolo, salvo il rilascio delle prescritte licenze di pubblica sicurezza”. A ciò si sono poi aggiunti l’inibizione della Scia presentata dall’associazione per la somministrazione di alimenti e bevande e l’obbligo di consentire l’accesso allo Spazio Vimo solo ai soci, previo identificazione degli stessi.

Dagli accertamenti della Polizia Locale e dei Carabinieri è risultato che l’attività svolta nel capannone “si configura come prosecuzione di fatto di quella precedentemente esercitata dal Mala Vida, già destinataria di procedimenti sanzionatori per violazioni del Tulps (il Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza) e del Codice penale”, ha evidenziato Veneroni nel dispositivo di novembre.

Di fatto, quindi, secondo quanto verificato dalle Forze dell’ordine, si riproponevano le stesse dinamiche contestate al Mala Vida, all’interno del quale (nonostante fosse formalmente un club privato) potevano entrare tutti, a prescindere dal possesso o meno delle tessera da socio.