Comprendere la balbuzie, il racconto di una mamma

La storia di Giorgio ripercorre gli esordi di questa difficoltà e le sue origini. E ricorda che è possibile superarla

Comprendere la balbuzie, il racconto di una mamma
Martesana, 25 Gennaio 2018 ore 06:00

Balbuzie: una “fatica” da comprendere e da affrontare, per poi provare a superarla. «Giorgio ha cominciato a balbettare quando era molto piccolo. Non è stato difficile accorgersene: per lui iniziare ogni frase era molto faticoso». Giorgio oggi ha 10 anni, ma la sua mamma ricorda perfettamente tutte le emozioni che l’hanno accompagnata in questi anni in cui ha convissuto quotidianamente con la balbuzie. Una fatica che in Italia interessa circa un milione di persone e a cui, culturalmente, sono attribuite diverse spiegazioni. Si parla di un trauma infantile, di uno stato psico-emotivo alterato o di comportamenti sbagliati della famiglia.

La balbuzie non è causa di fattori puramente psicologici

Comportamenti che anche la mamma di Giorgio ha cercato, per anni e invano, di ricostruire. «Un episodio, avvenuto qualche giorno prima di iniziare a balbettare, ci aveva fatto pensare a uno shock. Avevamo dovuto tenerlo fermo per fare il suo primo taglio di capelli» racconta. «La mia prima reazione, da mamma, è stato un forte senso di colpa. Mi sono chiesta cosa potevamo aver fatto di sbagliato per scatenare una simile reazione». Ciò che la mamma di Giorgio non sapeva è che le sue azioni e le sue scelte non c’entrano nulla con la balbuzie di suo figlio. Le teorie scientifiche che annoverano tra le cause di questa fatica fattori puramente psicologici sono infatti state ormai superate. In favore di altre che considerano molteplici fattori tra loro interagenti, prima fra tutti la componente motoria.

La risposta a ciò che il mondo non vede

Nonostante questo, sia nell’opinione pubblica sia in ambito clinico e rieducativo «è diffusa la tendenza a considerare la balbuzie da una sola prospettiva, senza esaminarla nella sua complessità», conferma Valentina Letorio, neuropsicologa di Vivavoce Institute, centro milanese d’eccellenza nel trattamento rieducativo della balbuzie. «Definire e incasellare la balbuzie con un’unica etichetta, ad esempio come problema psicologico o relazionale, è però riduttivo, così come inquadrarla esclusivamente come disturbo del linguaggio, come un problema a livello di meccanica del suono. Perché la balbuzie è la risposta soggettiva di ogni persona a qualcosa che il mondo esterno non vede. Un blocco, che può essere percepito a livello addominale, toracico, o diaframmatico. E il modo con cui chi balbetta risponde al blocco è figlio del carattere, del temperamento, della sensibilità e della motricità che la caratterizzano».

Superare la balbuzie è possibile

Superare la balbuzie è certamente possibile. Ma «l’intervento rieducativo non può limitarsi a lavorare esclusivamente sull’equilibrio psico-emotivo o sulla voce. Occorre – continua la dottoressa Letorio - un percorso rieducativo che agisca sulla persona nella sua interezza, su tutte le componenti coinvolte nel fenomeno. Dagli aspetti motori, a quelli psicologici ed emotivo-comportamentali». Per individuare e riconoscere questa fatica, soprattutto nei più piccoli, serve una conoscenza approfondita e diffusa tra tutti gli attori sociali coinvolti. Ossia le famiglie, gli educatori e gli insegnanti. L’età media di esordio delle balbuzie è infatti di 33 mesi. Al netto della remissione spontanea che interessa l’80% dei bambini entro i 6 anni, è proprio in età scolare che questa fatica si acutizza fino a diventare “cronica”.

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L'importanza del rapporto con gli insegnanti

«È stata la sua maestra, in prima elementare, a segnalarci non solo la sua fatica nella parola, ma anche le sue difficoltà relazionali, con i compagni. Giorgio faceva fatica ad aprirsi, tendeva ad auto-isolarsi e, a volte, si mostrava quasi “aggressivo”, per difesa», confessa la mamma. Queste parole confermano che quello con gli insegnanti è un rapporto prezioso e utile ad individuare e “monitorare” questa fatica nei bambini. E può rappresentare anche un valido supporto, qualora si decida di intraprendere un percorso rieducativo. «Abbiamo sempre condiviso con gli insegnanti tutto il suo percorso, trovando una grande apertura e disponibilità. E sostenuto lui a fare altrettanto, a parlarne».

Migliorare la performance articolatoria del linguaggio

Il percorso intrapreso da Giorgio è quello proposto da Vivavoce Institute, centro con sede in via Pietro Custodi a Milano. Qui si insegna un Metodo, il MRM-S (Muscarà Rehabilitation Method for Stuttering), oggi dimostrato scientificamente e oggetto di un progetto di validazione scientifica. Un Metodo che ha come obiettivo il miglioramento della performance articolatoria del linguaggio. Per arrivarci usa l’apprendimento di schemi motori più efficaci a livello fonatorio, articolatorio e respiratorio. Una volta ripresa padronanza dei propri movimenti, e quindi della propria voce, gli allievi, supportati dal team di Vivavoce, si allenano “sul campo” ad affrontare e superare sia le prove di vita quotidiana sia quelle più stressanti che si tendono ad evitare (ordinare un caffè al bar, rispondere al telefono, sostenere dei colloqui o delle interrogazioni, etc…).

Un percorso da affrontare giorno dopo giorno

Tutti gli allievi del centro sono seguiti da una équipe formata da fisioterapisti, neuropsicologi, logopedisti, e da un team di formatori ex disfluenti, che in passato hanno compiuto gli stessi loro passi per superare questa fatica. «Anche il confronto diretto con chi ha vissuto in prima persona questa fatica mi ha aiutato molto», rivela la mamma di Giorgio. Vivavoce propone a bambini e adulti un percorso di 6 mesi complessivi. Questo inizia da un lavoro intensivo di 7/8 giorni continuativi presso il centro, tra sessioni individuali e in piccoli gruppi. E prosegue, nei mesi successivi, in base alle necessità di ognuno, con un supporto costante via web e incontri in sede. Il cambiamento, già dopo pochi giorni di lavoro, è davvero grande. Ma non c’è nessuna magia. Questo percorso richiede tanto impegno e determinazione e, nel caso dei più piccoli, un supporto costante da parte della famiglia e della scuola.

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