Aveva assistito a una lite in strada tra un gruppetto di giovani balordi e una ragazzina, importunata e in evidente difficoltà, ed era intervenuto per scongiurare che la situazione degenerasse. E in quegli attimi concitati era spuntato fuori un coltello, che uno dei “maranza” aveva usato per colpirlo al collo e a una spalla. Ancora pochi centimetri e il bilancio di quei tre fendenti avrebbe potuto essere ben diverso.
La lettera-appello un mese dopo l’aggressione
A distanza di un mese dall’aggressione avvenuta a Cologno Monzese, in via Casati, il 29 aprile 2026, sulla quale i Carabinieri della Tenenza stanno ancora indagando per risalire a tutti i componenti della banda (e anche per capire i motivi della precedente aggressione ai danni della 16enne), il colognese di 43 anni che aveva avuto la peggio ha deciso di scrivere una lettera aperta alla cittadinanza.
Trasportato in ospedale, era stato dimesso con 20 giorni di prognosi. Ma se le lesioni fisiche possono rimarginarsi, ben più difficile è chiudere quelle che si sono aperte nell’animo.
Le ferite fisiche e quelle dell’animo
“Sono passate alcune settimane da un episodio che mai avrei immaginato di vivere – ha scritto il 43enne nella sua lettera – Un episodio che mi ha ferito nel corpo, ma soprattutto mi ha costretto a riflettere profondamente sul mondo in cui viviamo e sul futuro dei nostri figli. Ho sempre creduto nei valori del rispetto, dell’educazione e dell’aiuto verso il prossimo. Sono valori che ho ricevuto e che cerco di trasmettere ai miei figli”.
L’intervento in aiuto di una ragazzina
Ed è stata questa la molla che lo ha spinto a fermare la moto su cui viaggiava e a prestare aiuto alla minorenne.
“Quando ho visto una ragazza sola, circondata da un gruppo di bulli incappucciati che la colpivano mentre qualcuno riprendeva la scena con il telefonino, non ho potuto voltarmi dall’altra parte – ha proseguito – Sono intervenuto. E per questo sono stato aggredito a mia volta, riportando ferite da taglio al collo e alla spalla. Solo per fortuna sono ancora qui”.
“Serve un’alleanza tra istituzioni”
Ma la lettera che ha elaborato, ha aggiunto, “non vuole essere un racconto di ciò che ho subìto, bensì un appello. Il giorno dopo l’aggressione ho letto i commenti sui social. Invece di riflettere sulla gravità dell’accaduto, molti hanno trasformato tutto in un dibattito politico. Ma il punto non è questo. Il punto è che abbiamo perso il contatto con una parte dei nostri ragazzi. Quei tre maggiorenni che mi hanno aggredito dovranno rispondere alla giustizia. Ma gli altri? Quei quattordicenni, quindicenni, sedicenni che seguono, che obbediscono, che cercano un’identità in un branco? Loro sono ancora recuperabili. E dobbiamo farlo adesso. Serve un’alleanza vera: tra famiglie, scuole, associazioni, parrocchie, servizi sociali, istituzioni. Serve ascolto, presenza, educazione emotiva, spazi sicuri. Serve che noi adulti torniamo a essere punti di riferimento”.
“Se un ragazzino non viene ascoltato trova il branco”
Intervenire si può. E si deve.
“Perché l’adolescenza è un’età fragile – ha spiegato il colognese – E quando un ragazzo non trova ascolto, trova un branco. Quando non trova una guida, trova un capo. Quando non trova un’identità, la prende in prestito da chi urla più forte. Questa lettera è un invito a guardare oltre il fatto di cronaca. A guardare ai nostri figli. A guardare a ciò che possiamo fare, insieme, per non perderli”.