Casa e prigione avevano lo stesso nome. Quasi una beffa del destino aveva colpito Abele Brambilla, cassanese che da sposato era andato a vivere a Fara Gera d’Adda, per poi trovarsi in un campo di lavoro tedesco come Imi (Internato militare italiano, soldati deportati in campi di prigionia per farli lavorare e alcuni in quelli di concentramento) nella città di Gera, nella Turingia in Germania.
Zio Bele è “tornato a casa” ottant’anni dopo
La scorsa settimana avevamo raccontato la storia del prigioniero grazie al ritrovamento da parte di due olandesi del Vorläufiger Fremdenpass del Deutsches Reich (Terzo Reich), un passaporto temporaneo per stranieri, rilasciato dalle autorità tedesche principalmente tra il 1940 e il 1945 a cittadini stranieri, inclusi lavoratori forzati e apolidi. E grazie al lavoro sinergico di due redazioni e di due Comuni è stato possibile risalire a una parente dell’uomo, la nipote Maria Teresa Vallini, 64enne residente a Fara, che martedì 24 febbraio 2026 si è recata nel suo Comune per raccontare la storia del parente che, a casa, chiamavano “zio Bele”.
Nel paese bergamasco in molti si ricordano di lui, persona silenziosa e riservata, che fino ai primi anni Settanta faceva la spola tra la sua abitazione di ringhiera in centro, nella “cort di maiaremech”, e Milano.
Era il 1973 quando si spense, nemmeno cinquantenne, con alle spalle, una vita segnata dalle ferite della guerra. Abele Brambilla era infatti stato un Imi, un internato militare italiano.
Tutto è partito dall’Olanda
La sua storia è venuta a galla per caso, grazie al bel gesto di una coppia olandese che una decina di giorni fa ha trovato vecchi documenti, appartenuti a un parente, grande appassionato di storia, scomparso nel 1999. Tra questi c’era il “Vorlaufiger Fremdenpass”, del cassanese, nato a Cassano d’Adda il 9 marzo 1924.
Karin Baak e Rob de Weerd hanno tentato il tutto per tutto nella speranza di trovare un familiare dell’uomo per potergli restituire il documento. Basandosi sul Comune di residenza hanno cercato i giornali locali, trovando come referente Gazzetta dell’Adda-Martesana, il settimanale del gruppo Netweek che annovera, tra gli altri, anche il Giornale di Treviglio.
Grazie a una sinergia di intenti è stato possibile reperire maggiori informazioni sull’uomo, originario di Groppello, che nell’ottobre 1950 si sposò con una donna di Fara, Antonia Vallini.
La sua storia
Brambilla cominciò a lavorare tredicenne, come operaio in una torcitura. Il corso di avviamento professionale lo portò poi all’Industria composizioni stampate di Canonica d’Adda, nei primi anni Quaranta. Poi, la chiamata alle armi, nella Marina. Qualche informazione su di lui la si trova anche in “Internato N”, un libro di ricerca del cassanese Silvio Villa, un altro Imi nonché presidente onorario della sezione cittadina dell’Anpi.
Quando fu preso prigioniero, pochi giorni dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943, Brambilla si trovava imbarcato a Pola, in Croazia. Ventenne, finì in uno M-Stammlager, un campo di lavoro in Turingia. E qui c’è la bizzarra coincidenza, che sembra rendere più spietato quel destino. Il lager era a Gera, una grossa città tedesca piena di fabbriche di macchinari e impianti tessili convertiti per la produzione bellica, nelle quali la manodopera italiana era impiegata per sostenere lo sforzo di guerra nazista.
Il servizio completo, compresa la lettera inviata da Abele Brambilla mentre si trovava nel campo di lavoro in Germania, nell’edizione della Gazzetta dell’Adda in edicola e nell’edizione sfogliabile online per smartphone, tablet e Pc da sabato 28 febbraio 2026.