l'intervista

Porta arte e cultura nelle carceri, premiata dal presidente Mattarella

Ha fondato l'associazione "Artisti dentro Onlus" che promuove concorsi per una rieducazione e un miglioramento personale dei detenuti

Porta arte e cultura nelle carceri, premiata dal presidente Mattarella

E’ stata premiata per le sue attività culturali dal presidente Sergio Mattarella con l’onorificenza dell’ordine al merito della Repubblica italiana, diventando commendatore.

Un meritato riconoscimento

A meritarla è stata Esther Sibylle von der Schulenburg, 72 anni compiuti l’8 marzo 2026, per l’attività, quale presidente dell’associazione “Artisti dentro Onlus”, di promozione di arte e cultura nelle carceri come strumento di rieducazione e miglioramento personale.

Sibyl, come viene chiamata, residente a Trezzano Rosa dal 1980, è nata a Lugano, in Svizzera, da genitori scrittori tedeschi ed è cresciuta bilingue e in un contesto multiculturale tra Germania, Svizzera e Italia. Ha compiuto studi universitari in Giurisprudenza a cui ha affiancato successivamente quelli in Psicologia e Criminologia. Ha ottenuto diversi successi letterari e dal 2013 si è dedicata prevalentemente alla narrativa psicologica. Attraverso la Onlus realizza interventi culturali innovativi all’interno degli istituti penitenziari con tre concorsi dedicati a scrittura, pittura e cucina (proposte di ricette) che mirano a restituire parola, responsabilità e possibilità di trasformazione ai detenuti.

L’importante riconoscimento sancisce il buon lavoro svolto finora.

Uno dei nostri obiettivi è far riflettere le persone. Ricordo che il 10% dei detenuti è innocente o non ha avuto un giusto processo

ha sottolineato Sibyl.

L’associazione è ufficialmente nata nel 2015, ma aveva già mosso i primi passi un anno prima. La volontà è di stimolare resilienza e un sano agonismo.

“Lo spirito competitivo risveglia le energie sopite dei detenuti”, ha spiegato la presidente. In questi anni sono stati migliaia i carcerati che hanno partecipato ai progetti “Scrittori dentro”, “Cuochi dentro” e “Pittori dentro”. Tra di loro anche Massimo Bossetti, condannato all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio.

E’ stato il destino a portare la donna in paese: durante una passeggiata era infatti caduta da cavallo e a soccorrerla era stato il trezzanese che è poi diventato suo marito.

Sono cresciuta a Lugano, in mezzo alla natura, e qui mi sono trovata subito bene perché c’era tanto verde. Mio padre, Werner von der Schulenburg, intellettuale tedesco antinazista ed europeista che è stato anche commendatore della Corona d’Italia, è stato la mia fonte di ispirazione. La cultura è vita, è pane. Troppe persone si fanno un’idea sbagliata di questo termine. Per me è bisogno di conoscere, crescere nel sapere e creatività, serve a riflettere e a paragonare le esperienze. Non si tratta dell’accumulo indiscriminato di nozioni, ti porta ad avere idee e compiere azioni. E’ questo che facciamo in carcere: creare movimento attraverso scrittura, pittura e arte culinaria

ha spiegato.

L’associazione ha cominciato a Padova per poi estendere il proprio operato in tutta l’Italia.

Abbiamo diversi progetti “fisici” tra cui l’incontro con chef o scrittori, ma per i concorsi non c’è bisogno di entrare negli istituti penitenziari, si segue tutto da remoto. Abbiamo iniziato con la scrittura, poi abbiamo inserito quelli dedicati a cucina e pittura con la mail art, arte postale sulle cartoline, visto anche il 30% della popolazione carceraria non è italofono. Abbiamo organizzato le Mostre galeotte per esporle, alcune sono opere d’arte

ha proseguito la trezzanese.

Ultimamente l’associazione è entrata anche in due terze medie di Bergamo alta con questa esposizione.

Ogni ragazzo sceglie una cartolina a cui rispondere. Sono stati scritti dei messaggi incredibili che dimostrano grande sensibilità. Ci piacerebbe farlo anche nelle scuole dell’Adda Martesana. Attraverso l’arte, la parola e l’ascolto, possiamo riconoscere che dietro ogni errore c’è una persona, e che la creatività può diventare un ponte di libertà, dignità e speranza tra chi è dentro e chi è fuori

ha proseguito la presidente.

C’è una battaglia che la trezzanese sta portando avanti: permettere che ogni detenuto possa firmare le proprie opere con nome e cognome.

E’ importante per la loro identità, ma a volte il sistema detentivo obbliga a lasciare solo le iniziali. Non vedere il proprio nome è denigrante anche perché annualmente pubblichiamo l’antologia dei lavori e loro vogliono dimostrare che sanno fare qualcosa di buono

ha sottolineato.

Una leva utilizzata per far partecipare i detenuti è l’agonismo.

Ho imparato che la competizione stimola la motivazione, che è ciò che manca in carcere. C’è persino chi ci ha scritto di aver rinunciato a suicidarsi grazie ai nostri progetti. C’è poi il valore dei paletti temporali: spazio e tempo hanno il significato di vuoto in galera, ci sono giusto il passaggio de carrello del cibo e la chiusura blindata delle celle la sera. I nostri concorsi si sviluppano nell’arco dell’anno: prima esce il bando, poi i detenuti mandano i loro contributi e aspettano di sapere come si sono classificati. Per la scrittura ci sono editori esterni che affiancano i concorrenti finalisti e li aiutano a migliorare i testi, quindi c’è anche un passaggio in più. Infine attendono l’uscita dell’antologia e poi si ricomincia. Dando alcune scadenze, si responsabilizzano e si crea un senso di attesa positivo. Con i nostri progetti si sentono considerati: negli anni sono migliaia i carcerati che hanno partecipato. Anziché limitarsi a guardare la televisione, hanno un modo per raccontarsi

ha spiegato.

L’anno scorso, con la Facoltà di Psicologia dell’Università Cattolica di Milano, è stata promossa una ricerca sulla realtà virtuale in carcere: attraverso visori e programmi specifici i detenuti hanno superato le sbarre.

Sono convinta che così si riesca a ridurre lo stress, e quindi l’aggressività. Si propongono scenari di montagna o di campagna, un’immersione nella natura che, soprattutto in contesti chiusi, può cambiare le cose e dare una sensazione di benessere

ha detto la trezzanese.

C’è più di una testimonianza dei risultati ottenuti, come quella di Claudio Conte, condannato all’ergastolo a 19 anni che ha partecipato a “Scrittori dentro”, che si è laureato in Giurisprudenza e ha conseguito il dottorato di ricerca in carcere.

Impegnate persone che diversamente resterebbero a vegetare nelle loro celle. E non perché la direzione di questo o quel carcere non offrano delle opportunità culturali, ma semplicemente perché non si sentono valorizzati, come riesce a fare invece questa associazione. Questione di percezione

aveva scritto Conte.

Persone che dietro le sbarre hanno trovato una possibilità di riscatto. Ci sono però molti problemi da affrontare:

In alcune strutture stanno cancellando i corsi di pittura per avere altre celle a disposizione a causa del sovraffollamento. Ci vorrebbe buon senso: non propongo un decreto svuota carceri, ma altre soluzioni sì: i tossicodipendenti sono il 30% e potrebbero essere spostati altrove

ha sottolineato la presidente.

Ci sono anche gli “artisti fuori” che creano opere sulle stesse cartoline, che vengono poi messe in vendita per sostenere i progetti, come il pittore e scultore Ercole Pignatelli.

Tra i corrispondenti c’è Carlo Lissi, che dopo aver ucciso la moglie e i due figli era andato a vedere una partita di calcio.

Mi ha detto: “Sono un assassino, sono colpevole, voglio restare in carcere”. Ha riconosciuto quel che ha fatto e sta facendo un buon percorso in carcere. Quest’ultimo, però, è una sorta di protezione dal mondo tanto che gli psicologi avvertono sull’attaccamento al luogo. Chiediamo di raccontare storie di fantasia, ma a volte ci sono racconti che non escludiamo essere reali, come quello di un detenuto in fase di trasferimento da una struttura all’altra che non vedeva il mare da anni e degli agenti sul cellulare che si sono fermati per mostrarglielo

ha riferito la trezzanese.