Internato in un lager nazista, salvato dalle "briciole" donategli dal nemico
Giuseppe Adobati, classe 1924, di Pioltello, fu internato in un lager dai nazisti. Riuscì a sopravvivere grazie all'aiuto di una donna tedesca

Anche nell’orrore e nell’inferno della guerra, un gesto di umanità può salvare una vita. Ne è stato testimonianza Giuseppe Adobati, classe 1924, deportato dai nazisti nel campo di Basula in Germania nel 1943, vivo grazie alla misericordia di una famiglia tedesca che lo ha aiutato e sfamato nei lunghi anni di prigionia. Grazie all’impegno e alla volontà della figlia, Adriana, residente a Pioltello, lunedì il prefetto di Milano ha consegnato alla memoria del padre la Medaglia d’onore riservata ai cittadini italiani, militari e civili, deportati e internati nei lager nazisti. La sorte che toccò a Giuseppe quando doveva ancora compiere 19 anni.
Deportato in un campo di lavoro
Aveva iniziato da un mese il servizio di leva e si trovava ad Asti, quando, nel 1943, fu catturato dai nazisti e deportato con quello che lui chiamava “carro bestiame”. Inizialmente fu portato in un campo di lavoro, poi insieme ai compagni di prigionia fu destinato al vicino villaggio per lavorare i campi e portare avanti le fattorie. I giovani tedeschi erano al fronte, così i prigionieri venivano utilizzati per i lavori pesanti: la mattina venivano accompagnati e la sera rientravano nelle baracche.
ha raccontato la figlia, docente di scuola elementare tra Limito e Pioltello da 40 anni.
Salvato dal nemico tedesco
Fu proprio all’interno del villaggio che Adobati scoprì la forza della generosità umana, capace di superare la brutalità dell’ingiustizia e dei soprusi perpetrati dai nazisti. Infatti fu mandato come manovale presso una famiglia composta da moglie, marito e dall’anziana madre. Il capofamiglia, poco dopo, morì nello sbarco di Normandia, così Adobati si trovò affidato alla sola Hilde Bert, la moglie.
Probabilmente quando videro mio padre furono toccati nel profondo del cuore di fronte a un ragazzino malnutrito e provato dalla fatica. Così ogni giorno gli davano un pochino di cibo, non troppo perché avrebbe potuto ucciderlo. Qualche patata al forno, un uovo o del coniglio e spesso gli davano qualcosa da nascondere per portarlo ai compagni di prigionia. Sapevano cosa rischiavano, ma non condividevano la politica spietata del regime nazista
Vedeva i compagni morire di stenti e furono proprio quelle "briciole" a permettergli di resistere sino al 1945, quando gli inglesi liberarono il campo di prigionia. Ma Adobati era cambiato, non si fidava di nessuno, così nonostante le rassicurazioni di rimpatrio, chiese agli Alleati di poter tornare a casa con mezzi propri. Si fece regalare una bici da Hilde e partì per il Brennero, dove fu caricato su un treno e spedito a Brescia.
Quando tornò a casa, a Cologno al Serio, la prima che lo vide fu la sorella che quasi non lo riconobbe. Pesava 24 chili e da lontano sembrava poco più di un bambino. Non aveva neanche le forze per parlare, riuscì solo ad alzare una mano come cenno di saluto.
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Hilde Bert con il marito, la coppia di tedeschi che salvò Adobati

Giuseppe Adobati, classe 1924, in una foto d'epoca
