L'intervista

Il professore della trap: “La musica mi ha salvato, ora la insegno ai ragazzini”

Francesco Fiorenza, in arte "Bvlls»" classe 2001, sta scalando la scena degli artisti emergenti milanesi. Musica, ma non solo grazie al suo progetto "Trap Therapy"

Il professore della trap: “La musica mi ha salvato, ora la insegno ai ragazzini”

Violenza, soldi, droga, criminalità. Per molti la musica trap è veicolo di anti-valori, di messaggi negativi che colpiscono e influenzano in particolare le nuove generazioni. Ma questa è una semplificazione, un tentativo di banalizzare un fenomeno musicale che è prima di tutto un modo di esprimersi, in grado di coinvolgere e raggiungere milioni di persone in tutto il mondo. Un mezzo, uno strumento nella mani, nella voce, e nella creatività degli artisti.

Ed è proprio questo ciò che cerca di insegnare e il messaggio che vuole lanciare Francesco Fiorenza, in arte “Bvlls”, trapper classe 2001 nato e cresciuto a Melzo. Un artista emergente che sta raggiungendo una certa notorietà non solo attraverso la sua musica, ma anche con un progetto che ha attirato l’attenzione delle istituzioni: dai Comuni dell’Adda Martesana sino a Regione Lombardia, in tanti hanno celebrato, premiato e creduto nella sua “Trap Therapy”.

Come nasce la tua passione per la musica trap?

Sin da piccolo sono cresciuto sentendo musica rap “old school”, influenzato da mio fratello maggiore. Il mio primo approccio è stato con il freestyle, divertendomi con i miei amici nel parchetto dell’Ancora di via Curiel. Nel 2017, quando avevo 16 anni, ho scritto il mio primo pezzo, ma l’ho fatto con molta leggerezza, quasi per gioco. Al mio secondo inedito mi sono reso conto che i risultati erano al di sopra delle mie aspettative, non solo per il consenso del pubblico, ma anche per le prime proposte di lavoro da parte di etichette e le collaborazioni con producer e videomaker. Ma la mia testa non era ancora pronta. In quel periodo decisi di lasciare anche la scuola, frequentavo l’Accademia formativa di Gorgonzola, indirizzo manutenzione hardware. La svolta è arrivata un paio di anni dopo.

Cosa è accaduto?

Era il 2019, il giorno del mio compleanno. Mio padre, Silvio, è venuto a mancare e quell’evento è stata una scossa che mi ha portato a cambiare il mio rapporto con la musica. Per me è diventata un’esigenza, l’unico modo che avevo per comunicare quello che provavo e raccontare la mia esperienza. In quel periodo ho scritto “16.18”, un brano che ha segnato la mia svolta artistica. Da quel momento sono arrivati i primi crediti Siae e i primi riconoscimenti nel mondo della musica trap: mi sono reso conto che c’erano persone interessate a quello che scrivevo, che mi seguivano anche oltre i confini del territorio e i giri di amicizie. Sono nate collaborazioni importanti come quella con “Real Talk” (format YouTube culto per gli amanti della musica rap, ndr). Anche per quanto riguarda le esibizioni live ho avuto modo di esibirmi in tanti locali di Milano e non solo, conoscendo artisti che mi hanno dato una mano e aprendo a nuove collaborazioni. Recentemente, per esempio, siamo stati in Francia ospiti del brand Street Lyzard per realizzare un videoclip con la mia squadra, formata da amici con cui condividiamo la passione per la musica, per l’arte e la voglia di esprimerci. Il 20 febbraio, venerdì, mi esibirò all’Art Mall di Milano, un locale in via Milano dove abbiamo organizzato un evento sempre in collaborazione con Street Lyzard di Alessandro Previati.

La trap, in particolare, vive il pregiudizio di essere un genere “criminale”, che inneggia a tematiche moralmente discutibili promuovendo una cultura della violenza e della trasgressione. Qual è la tua posizione in merito?

La trap non è solo quello, è un modo di esprimersi che non per forza deve veicolare messaggi negativi, anzi. Purtroppo spesso l’artista diventa personaggio e costruisce la sua fama e popolarità sfruttando i temi main stream, che dividono e fanno discutere. Per me la trap è valvola di sfogo e di espressione, è uno psicologo cui mi rivolgo quando ho bisogno. E questo messaggio l’ho voluto promuovere con forza attraverso il progetto di “Trap Therapy” riscuotendo consenso, rispetto e stima anche dagli adulti e dalle istituzioni che si sono sempre approcciati alla trap con un giudizio negativo.

Che esperienza è stata la «Trap Therapy?

E’ nato tutto alla fine del 2022 quando con i miei amici abbiamo pensato di fare qualcosa per raccontare la musica in maniera diversa. Eravamo convinti che la trap potesse avere anche un fine educativo, così grazie alla collaborazione con alcune persone che hanno creduto in noi, nel Comune di Melzo e in Milagro, abbiamo dato avvio ai primi lavoratori creativi. Siamo partiti dal volantinaggio fuori dalle scuole e siamo arrivati a corsi con decine di partecipanti. Anche le istituzioni ci hanno riconosciuto, visto che abbiamo ottenuto un finanziamento di Regione Lombardia e il sostegno di molte Amministrazioni dell’Adda Martesana. Abbiamo toccato centinaia di giovani, classi intere, comunità educative, ragazzi con difficoltà che hanno trovato un modo per esprimersi. Mi sono rivisto in loro, perché io da piccolo ero timido e riservato, ho lasciato la scuola a 16 anni e mi sono trovato a fare il professore… di trap, ovviamente. Mi piacerebbe sviluppare ancora questo progetto e coinvolgere sempre più ragazzi

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Attualmente faccio la mia musica, quello che mi piace insieme alla mia squadra composta da Riccardo «Rich» Radaelli (producer), Nicola «Life of Geo» Georgiev (videomaker) e Simone «SimonPlay» Pasquini (sound engineer). Per mantenere la mia passione lavoro nelle fiere e nei mercati, ma il mio sogno è trasformare la trap in un lavoro che mi permetta di dedicarmi unicamente a questo. E anche se un domani diventerò famoso, non voglio lasciare il progetto “Trap Therapy” perché è qualcosa in cui credo, e un contributo che voglio dare alla mia comunità, per superare i pregiudizi e dare fiducia ai giovani come me. Alla fine siamo tutti bravi ragazzi con una passione.