La maternità viene spesso narrata come un istinto naturale e univocamente gioioso. Tuttavia, l’esperienza clinica quotidiana rivela una realtà molto più complessa e sfaccettata. Esistono mamme che vivono l’ambivalenza affettiva: amano i propri figli, ma provano nostalgia per la vita precedente o faticano a sentire quella «scintilla» immediata di amore incondizionato. Sono vissuti comuni, eppure avvolti da un senso di colpa paralizzante.
Maternità, non solo gioia e tenerezza
Ti raccontano la maternità come qualcosa di estremamente gioioso, un momento unico fatto di amore, tenerezza; e spesso è così, ma non è in tutti i momenti e soprattutto non è uguale per tutte, ma questo non te lo raccontano. Che non sempre quel test positivo porta felicità e armonia. Ogni storia di maternità è unica e irripetibile, non replicabile.
Ci sono mamme che piangono di notte mentre tutto tace. Ci sono mamme che si sentono complete e appagate, ma poi si vergognano perché il mondo le vede come patetiche. Ci sono mamme invisibili, quelle non più considerate tali perché il loro bimbo non c’è più, ma che soffrono in silenzio. Ci sono mamme che il proprio figlio non l’hanno portato in grembo e che si sentono sempre sotto giudizio.
Ci sono mamme che compiono un atto di amore scegliendo il parto in anonimato, ma che porteranno nel cuore quella scelta per sempre. Ci sono mamme che studiano ogni tipo di manuale e poi si sentono inadeguate ogni giorno.
Il peso delle parole rivolte alle mamme
Scientificamente, la maternità non è solo un evento biologico, ma una transizione psichica profonda, la matrescenza, che scardina certezze e richiede una ristrutturazione del sé. Quando una madre piange o si sente inadeguata, non si sta «lamentando»: sta manifestando un bisogno di validazione emotiva. Frasi come «hanno partorito tutte» o «hai voluto la bicicletta» non sono solo inutili, ma clinicamente dannose: invalidano il vissuto della donna, aumentandone l’isolamento e il rischio di disturbi dell’umore perinatali.

Questo è ciò che sento ogni giorno: donne che ricostruiscono una nuova identità dopo che un figlio ha sradicato le loro certezze. Spesso chi le circonda non vede le battaglie che affrontano. Non sono lamentele, ma richieste di essere viste e accolte.
Come psicologa, il mio compito non è insegnare a essere «brave mamme», ma offrire uno spazio protetto, privo di giudizio, dove ogni emozione possa essere nominata senza timore, dove la fatica può essere trasformata in parola e la fragilità in risorsa. Non serve «perfezione», serve accoglienza.
Articolo a cura di Nicoletta Maffei, psicologa formata in perinatalità ed età evolutiva, insegnante di massaggio infantile
Associazione Spazio CurAmami, via Monte Rosa 8A, Melzo – Tel. 3514406653