Sono partiti da Milano per raggiungere il Kazakistan su una Suzuki Ignis del 2003. E’ l’impresa di quattro italiani che stanno partecipando al Mongol Rally. E nell’equipaggio c’è anche Emanuele Bertazzoli, ingegnere di Cernusco sul Naviglio.
Una bizzarra avventura
Il 6 luglio 2026, il team “Genghis can’t” ha ingranato la prima per raggiungere Praga. Cinque giorni dopo è partita una carovana di centosei mezzi sgangherati e bizzarri guidati da partecipanti provenienti da tutto il mondo. A bordo dell’utilitaria tutto il necessario per affrontare i diciottomila chilometri previsti: tenda da campeggio, cartina geografica, spirito d’avventura e una playlist di musica rock. Nient’altro. Non per una forma di masochismo, ma per rispettare lo spirito goliardico della gara: affrontare la traversata senza l’aiuto del navigatore, senza assistenza meccanica, senza un percorso prestabilito e soprattutto a bordo di un mezzo vecchio e tutt’altro che “adatto” a percorrere lunghe distanze
Un cernuschese nell’equipaggio
Con Bertazzoli, che quest’anno ha deciso di prendersi un anno sabbatico per vivere nuove esperienze, viaggiano Costanza Nocentini, business coach che vive in un van in giro per l’Italia, Stefano Pampuri, professore di economia e Mattia D’Antoni, content creator, che attraverso i social sta raccontando il viaggio giorno dopo giorno. I quattro sono anche coordinatori di WeRoad, la community che organizza viaggi nel mondo.
“In questo momento stiamo andando verso la frontiera tra il Kazakistan e l’Uzbekistan, nella regione del Mangystau – ha raccontato Emanuele – Abbiamo già percorso 10mila chilometri attraversando Slovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Turchia, Georgia. Poi abbiamo fatto una piccola deviazione in Armenia, visto che avevamo tempo, anche se non era esattamente sul tragitto”.
Solidarietà popolare e beneficienza
Sei ore minimo di guida al giorno. Tappa dopo tappa, dal finestrino impolverato sono sfilati villaggi, cammelli e deserto. Il Mongol Rally, nato nel 2004, è un raid non competitivo che unisce avventura e solidarietà: ogni equipaggio deve raccogliere almeno 500 sterline da destinare a Cool Earth, l’ente benefico ufficiale della manifestazione
Sul cofano dell’auto abbiamo scritto tutti i nomi di chi ci ha aiutato con la colletta che abbiamo fatto per il viaggio – ha spiegato l’ingegnere – Stiamo incontrando tantissime persone che ci danno il loro sostegno, ospitandoci o anche dandoci un piccolo contributo economico. In Cappadocia durante la notte un uomo ha disegnato la mappa della regione e il logo “Genghis can’t” sulla fiancata grigia e poi ci ha lasciato dei soldi nascosti nella maniglia. In generale tutti hanno il desiderio di fare una firma sull’auto: l’ha fatto perfino un poliziotto durante un controllo alla frontiera”.
L’utilitaria nel deserto
Strade dissestate, caldo e fango stanno mettendo a dura prova la piccola Ignis, che al momento ha necessitato solo di una riparazione al portabagagli:
“Avevamo bisogno di una riparazione d’emergenza in Georgia, dove un fabbro ha salvato il nostro bauletto saldando pezzi di ferro direttamente sulla Suzuki. Non ha voluto neanche i soldi del lavoro, anzi ci ha offerto del cibo”.
Intanto, la piccola Ignis continua a macinare chilometri e a regalare avventure.
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