Lutto cittadino

Chiesa gremita per i funerali di Stefano Bramati: “Addio stimato e caro dottore”

Le esequie a Brugherio del 66enne morto a seguito dell'incendio della sua casa avvenuto l'1 agosto. Il don durante l'omelia: "Per te essere medico era prima di tutto una vocazione"

Chiesa gremita per i funerali di Stefano Bramati: “Addio stimato e caro dottore”

“Caro e stimato dottor Stefano”, così iniziava una lettera che monsignor Mario Delpini indirizzò sette anni fa a tutti i medici dell’Arcidiocesi di Milano per la ricorrenza del patrono San Luca.

Chiesa gremita per i funerali di Stefano Bramati

Queste stesse parole sono risuonate più volte nella chiesa di San Bartolomeo di Brugherio, gremita per l’ultimo saluto a Stefano Pietro Bramati, morto tragicamente l’1 agosto 2026 per l’incendio della sua casa di via San Luigi. Questa mattina, venerdì 18 settembre, per il giorno dei funerali, l’Amministrazione comunale (presente con una delegazione guidata dal sindaco Roberto Assi in fascia tricolore) ha proclamato il lutto cittadino, con le bandiere di Villa Fiorita a mezz’asta e il gonfalone listato di nero.

Per permettere una grande partecipazione, così come avevano annunciato i numerosissimi attestati di stima e cordoglio, la comunità pastorale ha scelto di optare per la chiesa centrale e non per quella di Sant’Albino e San Damiano, nella quale era anche organista e direttore del coro.

“Aver atteso così tanto ci ha messo a dura prova”

“Aver aspettato così tanto tempo per salutarlo ha messo a dura prova tutti noi – ha esordito don Levi Spadotto, che ha concelebrato assieme al parroco don Alberto Capra e all’ex responsabile della parrocchia della frazione don Tiziano Vimercati – Anna, la mamma di Stefano, mi ha detto che hanno avuto tanti bei momenti insieme, ma chissà perché le gioie passano in fretta, mentre il dolore rimane. Ma siano qui per dire che questo dolore, pur grande che sia, disumano che sia, è meno forte dell’amore di Dio”.

E di forza, di fede e di generosità, seppur nella riservatezza, Bramati ne ha avute. Medico di Medicina generale da poco in pensione, volontario in diverse associazioni caritatevoli e sociali, pianista e cultore di musica, ha vissuto ogni sua scelta di vita come missione.

“Noi non siamo come San Francesco, che parlava della morte chiamandola sorella, per l’arrivo del sospirato abbraccio con Dio – ha sottolineato il sacerdote che ha tenuto l’omelia – Noi della morte ne abbiamo paura, magari ci rassegniamo, certe volte, invece, la cerchiamo. Dobbiamo passare attraverso il senso di impotenza, lo smarrimento, perché troppo spesso la morte ci appare ingiusta e crudele”.

Soprattutto, ha proseguito, se arriva in modi tragici, come avvenuto con Bramati.

“Lo conoscevamo in tanti, la sua presenza tra noi era molteplice: qualche mese lo chiamai, in tarda sera, per un detenuto che stava male. E lui, disponibilissimo, venne immediatamente. Questo era lo stile di vita che aveva scelto: considerava l’uomo che soffre una priorità”.

“Stimato e caro dottor Stefano”

Poi il riferimento alla lettera di Delpini e a come iniziava la missiva.

“Stimato e caro dottore… È così che mi rivolgo a Stefano – ha concluso il don – Chissà quanti di noi possono pronunciare, con convinzione, queste parole. Era una persona rispettata, capace di entrare in sintonia e di farsi carico e di avere compassione. Stimato e caro dottor Stefano, sei rimasto al fianco dell’uomo malato: per te era una professione, ma anche una scelta di volontariato. E ci sei rimasto accanto, anche nella fragilità, fino alla fine. Per te essere medico era prima di tutto una vocazione: con i tanti sì pronunciati e le tante occasioni per metterti al servizio degli altri, dei tuoi pazienti, dei poveri e degli ultimi. Ciò che sei stato ci rende migliori”.

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