Una vita dedicata a combattere la mafia, a servizio dello Stato e del bene comune. Pietro Grasso si racconta a Melzo durante la presentazione del suo nuovo libro ‘U Maxi (Feltrinelli, 2026). Il magistrato fu giudice a latere durante il processo a Cosa Nostra del 1986: insieme al collega Alfonso Giordano e a sei cittadini della giuria popolare fu chiamato a pronunciarsi su oltre 400 imputati appartenenti ad associazioni mafiose.
Lotta alla mafia
La serata prosegue il file rouge che lega la città alla lotta contro la mafia grazie anche all’impegno degli studenti del liceo Giordano Bruno (presidio scolastico di Libera Martesana) di cui una delegazione era sul palco insieme al presidente Grasso e alla giornalista Alessandra Tedesco che ha moderato l’incontro. In apertura infatti il sindaco Antonio Fusè ha rivolto un benvenuto al super ospite della serata:
La sua presenza tra noi rappresenta un momento di straordinario valore civile e culturale, la sua esperienza nelle istituzioni e il suo impegno nella lotta alla criminalità organizzata costituiscono un esempio concreto di coraggio, legalità e dedizione al bene comune. Parlare di mafia oggi significa riconoscere che la tutela della legalità è una responsabilità che riguarda ciascuno di noi. Per questo motivo iniziative come quella di stasera sono fondamentali perché contribuiscono a diffondere consapevolezza e a rafforzare il senso civico.
Oltre le intimidazioni
Il presidente Grasso ha raccontato l’inizio di questa sfida rappresentata da un processo dalle dimensioni epocali, partendo dalla prima chiamata ricevuta fino all’inizio dei lavori. Una sfida che ha cambiato la sua vita poiché da allora ha dovuto girare sotto scorta e nulla è stato come prima. Una sfida che però egli ha accettato mosso dalla responsabilità civica, la stessa che lo ha portato ad impegnarsi fin dai primi giorni di studio del caso.
Giovanni Falcone mi condusse in una stanza dove c’erano degli scaffali che arrivavano fino al tetto su tutte e quattro le pareti, pieni di faldoni con le carte che i giudici dovevano studiare; poi mi assegnò uno sgabuzzino dove io potevo consultare le carte e studiarle. Un giorno passò Paolo Borsellino e mi diede una copia dei suoi quaderni dove c’erano le indicazioni di tutti gli atti più importanti e la collocazione nei vari faldoni. Questo mi fu di grande aiuto, mi sentii aiutato e coccolato, entrato in una squadra che metteva insieme tutte le forze che aveva.
La sua storia è proseguita dunque con le prime minacce ricevute da lui e dalla famiglia:
Un giorno tornando a casa vidi mia moglie con uno sguardo pieno di terrore e che non riusciva a parlare. Poco prima, dopo che nostro figlio era uscito per andare a giocare, qualcuno aveva citofonato e le aveva detto: signora, i figli si sa quando escono ma non si sa se tornano. Abbiamo avuto la percezione del pericolo che si era creato, ma cosa fare? Allora io dissi a mia moglie: “La mafia vuole tastarci il polso, vuole capire di che pasta siamo fatti. Noi dobbiamo cercare di non fare nulla, non denunciamo nemmeno questa situazione perché altrimenti va sui giornali e capiranno che abbiamo paura: non dobbiamo dare loro questa soddisfazione”
La camera di consiglio e la sentenza
Infine la testimonianza si è conclusa con il racconto della camera di consiglio, durata ben 35 giorni dopo 21 mesi di dibattimento. I giurati erano chiusi in un bunker da cui non poterono uscire fino alla lettura della sentenza: da quella convivenza forzata sono nate giornate di lavoro intense con ritmi serrati ma allo stesso tempo scene di vita quotidiana rilassanti e aneddoti divertenti. Oltre a Pietro Grasso erano presenti il giudice Alfonso Giordano e sei giudici popolari sorteggiati tra la cittadinanza: tre insegnanti, un impiegato di banca, un impiegato pubblico e un’ostetrica.
I giudici popolari hanno avuto una forza e una dignità di sopportare che fa onore al popolo italiano, in nome del quale quella sentenza è stata emanata. Sono state persone eccezionali già nella scelta di accettare e poi hanno dato un vero e proprio contributo. Le insegnanti avevano preso talmente tanti appunti che ci aiutarono in camera di consiglio ricordandoci qualche particolare che a noi era sfuggito
L’ultimo pensiero rivolto all’attualità e alla necessità di continuare su questa strada verso la legalità e il rispetto:
Oggi la mafia è diventata più invisibile e proprio per questo serve la collaborazione di tutti i cittadini per sconfiggerla
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