Le sentenze

Collezionista e operaio perdono la possibilità di detenere armi

Due storie da Cologno Monzese: il primo ha subìto un sostanzioso sequestro, il secondo è stato denunciato dalla moglie

Collezionista e operaio perdono la possibilità di detenere armi

Dall’appassionato collezionista, che aveva cercato di spedire uno dei suoi pezzi all’estero e che poi era stato anche oggetto di un controllo da parte dei Carabinieri dal quale era scaturito un sostanzioso sequestro, all’operaio che era finito a processo a seguito della denuncia presentata dalla moglie, per lesioni e minacce aggravate, con la quale si stava separando.

“Possedere armi non è un diritto”

Due storie che arrivano da Cologno Monzese e che potrebbero apparire sì diverse, ma fino a un certo punto. Per entrambi i colognesi in questione la Prefettura aveva disposto il divieto di detenere armi, rimasto in vigore nonostante i loro tentativi di “riavvolgere il nastro” e annullare i decreti di proibizione. Il tutto perché possederle “non è un diritto assoluto, ma un’accezione al normale divieto, che può divenire operante soltanto nei confronti di persone riguardo alle quali esista la perfetta e completa sicurezza circa il buon uso delle armi stesse”.

Le due sentenze del Tar

Parole che i giudici del Tribunale amministrativo regionale della Lombardia hanno messo nero su bianco in due recenti sentenze, che si sono concluse nello stesso identico modo. Ossia con il respingimento dei ricorsi e con la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese di lite a favore del ministero dell’Interno: 2mila euro cadauno, oltre accessori di legge. Ma andiamo con ordine.

Il caso del collezionista di pezzi antichi

Nell’autunno del 2021 la Questura di Milano aveva denunciato il collezionista e commerciante per il tentativo di inviare fuori dall’Italia una delle sue armi antiche, che aveva portato al sequestro delle stessa e al ritiro cautelativo delle restanti in suo possesso. Nel maggio 2024 era giunta l’archiviazione del procedimento penale. Nel frattempo, però, ad agosto dello stesso anno, i militari della Tenenza di via Calamandrei lo avevano nuovamente denunciato all’Autorità giudiziaria, perché all’interno della sua abitazione erano state rinvenute, senza le dovute autorizzazioni, numerose armi da fuoco (anche con munizioni) e bianche, sottoposte a sequestro: erano circa 300 tra spade, sciabole e mazze chiodate, oltre a pistole, archibugi, baionette e fucili, tutti antichi, di interesse storico e prettamente ad avancarica.

Il provvedimento della Prefettura legato al divieto di detenzione del 2021, che venne allora “congelato”, era stato a quel punto riavviato. E il colognese ha chiesto al Tar di annullarlo parzialmente, affinché rimanesse in vigore solo sulle armi antiche e da collezione, e non in riferimento a quelle comuni da sparo regolarmente detenute da lui stesso. Tuttavia lo stesso Tar (anche alla luce del procedimento pendente sul sequestro del 2024) ha mantenuto inalterata la situazione, in quanto il diniego può essere deciso «anche in situazioni che non hanno dato luogo a condanne penali o misure di pubblica sicurezza, ma a situazioni denotanti genericamente la mancanza di buona condotta», hanno spiegato i giudici.

La vicenda dell’operaio denunciato dalla moglie

Diversi i contorni della vicenda che vede al centro l’operaio. Nel 2017 venne condannato per l’articolo 697 del Codice penale, che disciplina la detenzione abusiva di armi, perché era stato trovato in possesso di quattro cartucce non denunciate. La vicenda processuale era maturata in un contesto di difficile separazione dall’allora consorte, che lo denunciò per minacce, lesioni personali e sequestro di persona. Reati, questi, che decaddero, anche per la remissione di querela da parte della moglie. Non altrettanto, però, avvenne per la detenzione abusiva.

Nel 2024 l’operaio, a seguito anche della riabilitazione sancita dal Tribunale di sorveglianza, aveva presentato richiesta di revoca del divieto di detenzione, che però la Prefettura non ha accolto. Da qui la presentazione del ricorso al Tar, che è stato respinto nei giorni scorsi. A pesare sono stati in primis i suoi precedenti ante 2017, anche per omicidio colposo, oltre che il parere del Comando provinciale dei Carabinieri.

“Pur rappresentando che abbia mostrato una buona condotta successivamente agli episodi segnalati, lo ritiene inaffidabile al maneggio delle armi – ha scritto il giudice amministrativo – L’Autorità di pubblica sicurezza gode di un’ampia discrezionalità nel valutare la sussistenza dei requisiti di affidabilità: la regola è il divieto di detenzione delle armi, dalla quale si può derogare in presenza di specifiche ragioni e in assenza di rischi anche solo potenziali”.